Pubblicato da: studionati | maggio 23, 2018

Seminario presso l’Ordine degli Avvocati di Cagliari

Venerdì 18 maggio 2018 ore 15,30 – 18,30

Seminario di studi e di approfondimento

Responsabilità degli enti ex d.lgs. 231/2001

Profili problematici e casistica giurisprudenziale

Avv. Guido Manca Bitti

Foro di Cagliari

Avv. Roberto Nati

Foro di Cagliari

locandina seminario

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Pubblicato da: studionati | aprile 20, 2013

Il giudice antropologo

Il 17 aprile presso l’aula magna del Palazzo di Giustizia di Cagliari la Professoressa Ilenia Ruggiu ha presentato il libro “Il giudice antropologo” nel corso di un evento organizzato dal referente della formazione per i magistrati togati, dalla Commissione per la formazione dei magistrati onorari e dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati

Pubblicato da: studionati | ottobre 27, 2009

Technologybiz

Il 28 ottobre intervento sulla responsabilità da reato ai sensi del D.Lgs 231/2001 al Technologybiz di Napoli. Sarà un’occasione per approfondire i rapporti tra responsabilità ex 231 e reati informatici, recentemente inseriti nel novero dei reati presupposto.

http://www.technologybiz.it/quicklinks/palinsesto/workshop-sui-reati-informatici

La Corte Costituzionale ha affermato che  “è  irragionevole e, nel contempo, indirettamente lesivo del diritto di difesa e dei principi del giusto processo ritenere che la testimonianza de relato possa essere utilizzata qualora si riferisca a dichiarazioni rese con modalità non rispettose delle disposizioni degli artt. 351 e 357, comma 2, lettere a) e b), cod. proc. pen., pur sussistendo le condizioni per la loro applicazione, mentre non lo sia qualora la dichiarazione sia stata ritualmente assunta e verbalizzata. Si finirebbe per dare rilievo processuale – anche decisivo – come accadrebbe nel caso in esame, ad atti processuali compiuti eludendo obblighi di legge, mentre sarebbero in parte inutilizz! abili quelli posti in essere rispettandoli.”

Pertanto ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 195, comma 4, del codice di procedura penale, ove interpretato nel senso che gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria non possono essere chiamati a deporre sul contenuto delle dichiarazioni rese dai testimoni soltanto se acquisite con le modalità di cui agli artt. 351 e 357, comma 2, lettere a) e b), cod. proc. pen., e non anche nel caso in cui, pur ricorrendone le condizioni, tali modalità non siano state osservate.

Pubblicato da: studionati | giugno 24, 2008

Parziale illegittimità costituzionale dell’art. 314 c.p.p.

E’ stata depositata la sentenza della Corte Costituzionale n. 219 che ha dichiarato la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 314 c.p.p. nella parte in cui, nell’ipotesi di detenzione cautelare sofferta, condiziona in ogni caso il diritto all’equa riparazione al proscioglimento nel merito dalle imputazioni, in particolare quando la durata della custodia cautelare risulti superiore alla misura della pena inflitta con la sentenza di condanna.

Il giudizio di legittimità costituzionale era stato promosso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

Riporto il link al testo della sentenza, pubblicata da penale.it, particolarmente interessante per i principi richiamati.

http://www.penale.it/page.asp?mode=1&IDPag=635

Pubblicato da: studionati | giugno 22, 2008

25 nonies. Nuovo reato presupposto del d.lgs n. 231 2001 ?

Con il disegno di legge 13 giugno 2008, “Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice, degli atti di indagine, e integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche” il Governo intende introdurre l’art. 25 nonies del d.lgs n. 231/2001.

L’art. 14. (Modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231) espressamente prevede:

1. Dopo l’articolo 25-octies del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è inserito il seguente:

“Art. 25-nonies. – (Responsabilità per il reato di cui all’articolo 684 del codice penale).

l. In relazione alla commissione del reato previsto dall’articolo 684 del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da cento a trecento quote.».

Peraltro, anche l’art. 684 del codice penale è stato modificato, con l’aggravamento del trattamento sanzionatorio.

Le novità sul sito altalex:

http://www.altalex.com/index.php?idnot=41949

L’intento è quello di scoraggiare la diffusione di notizie relative ai procedimenti penali. La disciplina ex 231/2001 si applicherà, in tali ipotesi, alle società proprietarie dei giornali che pubblicheranno tali notizie.

Vedremo l’esito della discussione parlamentare e il contenuto definitivo di questa normativa. Intanto, si può rilevare che anche il Governo appena insediato ritiene un utile strumento di politica criminale, il ricorso alla disciplina di cui al d.lgs 231/2001.

Pubblicato da: studionati | giugno 16, 2008

Convegno a Cagliari sul Decreto legislativo n. 81 del 2008

L’Associazione degli industriali di Cagliari ha organizzato un convegno sul nuovo Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Mi è stato chiesto di riferire sui modelli organizzativi ex 231/2001 con riferimento ai reati di lesioni colpose ed omicidio colposo, aggravati dalla violazione della normativa antinfortunistica.

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Sono emerse le incongruenze e criticità del nuovo testo normativo.

Venerdì 30 maggio si è tenuto a Cagliari un seminario dal titolo ” Diritto societario – Responsabilità degli enti, amministratori e sindaci “.

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Mi è stato chiesto di parlare della responsabilità degli enti ai sensi del d.lgs 231 del 2001.

Nel corso dell’esposizione, ho fatto cenno alle contrastanti decisioni dei giudici di merito in ordine alla ammissibilità della costituzione di parte civile nei confronti dell’ente imputato ai sensi del d.lgs 231/2001.

Ho espresso la mia contrarietà.

Intanto, ci si deve chiedere quale utilità derivi dalla costituzione di parte civile contro l’ente, quando l’ordinamento consente di citare il responsabile civile per il fatto dell’imputato ai sensi degli artt. 83 e ss. c.p.p.. La responsabilità ex 231/2001 presuppone che sia stato commesso il reato da una persona fisica in qualche modo legata all’ente e quest’ultimo è chiamato a rispondere civilisticamente per il fatto commesso nel suo interesse od a suo vantaggio.

In realtà, però, l’art. 8 del d.lgs 231/2001 prevede che si possa procedere contro l’ente anche quando l’autore del reato non sia stato individuato. In tale ipotesi non ci si potrebbe costituire parte civile contro l’imputato (inesistente) per poi citare il responsabile civile. L’unica possibilità per il danneggiato – che volesse partecipare al processo penale – sarebbe quella di costituirsi parte civile contro l’ente.

Ciò nonostante, ritengo condivisibile l’orientamento contrario all’ammissibilità della detta costituzione, secondo il quale non è consentita l’interpretazione estensiva dell’art. 185 c.p.

Da ultimo si è pronunciato il Tribunale di Milano, II Sezione ( ordinanza del 18 aprile 2008 ) “Rispetto alla questione in esame, deve ritenersi che la qualificazione dell’illecito degli enti quale illecito amministrativo non consente l’esperibilità di detta azione sulla base dell’interpretazione estensiva dell’art.185 c.p. idonea a ricomprenderlo nella nozione di reato sul mero rilievo che uno degli elementi costitutivi dell’illecito dell’ente è un fatto costituente oggettivamente reato, posto che la responsabilità dell’ente non è assimilabile, concettualmente e giuridicamente, alla responsabilità penale ed in ogni caso non deriva esclusivamente dalla commissione di un reato.”

Segnalo due interessanti pronunce della Corte Costituzionale depositate in data odierna.

La prima, in materia di notifiche, riguarda la norma introdotta dall’art.157, comma 8-bis, c.p.p., ritenuta dal giudice delle leggi non in contrasto con gli artt. 24 e 111 Cost., sul presupposto che il difensore può legittimamente rifiutare le notifiche rivolte al proprio assistito (dichiarando tempestivamente all’autorità procedente di non accettare la notificazione), e che l’imputato può eleggere domicilio nella sua dimora abituale, determinando in tal modo l’inapplicabilità della norma censurata.

La seconda questione, dichiarata manifestamente infondata, riguarda l’art. 4 lettera a) del d.lvo. 28 agosto 2000 n. 241 [n. 274 recante Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace], coordinato con l’art. 74 c.p.p. e con l’art. 7 c.p.c., in relazione agli artt. 3 e 25 Costituzione, là ove permette la proposizione dell’azione civile in un giudizio penale [di competenza del giudice di pace] oltre i limiti di competenza per valore dell’omologo giudice civile».
Le ragioni che hanno spinto il GdP di Firenze a chiedere l’intervento della Corte sono condivisibili. Non si comprende per quale ragione la parte civile possa chiedere, nell’ambito di un processo penale davanti ad un giudice di pace, un risarcimento senza limiti, mentre se decida di coltivare l’azione in sede civile, questa sia soggetta ai limiti di competenza dello stesso giudice.
Da una parte gli si consente di chiedere centinaia di migliaia di euro (a me è capitato), ad esempio costituendosi parte civile in un processo per lesioni colpose. Dall’altra, si ritiene il GdP con competenza civile inadatto a decidere su pretese risarcitorie che superano una certa soglia, imponendo al danneggiato di rivolgersi al Tribunale. Mi sembra irragionevole, anche se la Corte ritiene che costituisca insindacabile scelta del legislatore. De iure condendo si dovrebbe trovare una – non semplice – soluzione a tale disarmonia del sistema processuale.

SENTENZA N. 136

ANNO 2008

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

– Franco BILE Presidente

– Giovanni Maria FLICK Giudice

– Francesco AMIRANTE ”

– Ugo DE SIERVO ”

– Paolo MADDALENA ”

– Franco GALLO ”

– Gaetano SILVESTRI ”

– Sabino CASSESE ”

– Maria Rita SAULLE ”

– Giuseppe TESAURO ”

– Paolo Maria NAPOLITANO ”

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 157, comma 8-bis,
del codice di procedura penale (aggiunto dall’art. 2, comma 1, del
decreto-legge 21 febbraio 2005, n. 17, recante: «Disposizioni urgenti in
materia di impugnazione delle sentenze contumaciali e dei decreti di
condanna», convertito con modificazioni dalla legge 22 aprile 2005, n.
60), promossi con ordinanze del 21 ottobre 2005 e del 20 novembre 2006
dal Tribunale di Firenze, iscritte, rispettivamente, al n. 447 del
registro ordinanze 2006 ed al n. 617 del registro ordinanze 2007 e
pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, edizione
straordinaria del 2 novembre 2006, prima serie speciale, dell’anno 2006
e n. 36, prima serie speciale, dell’anno 2007.

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;

udito nella camera di consiglio del 16 aprile 2008 il Giudice
relatore Gaetano Silvestri.

Ritenuto in fatto

1.? Con due ordinanze di tenore sostanzialmente analogo, depositate
il 21 ottobre 2005 (r.o. n. 447 del 2006) e il 20 novembre 2006 (r.o. n.
617 del 2007), il Tribunale di Firenze, in composizione monocratica, ha
sollevato, in riferimento agli articoli 111, terzo comma, e 24 della
Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 157,
comma 8-bis, del codice di procedura penale (aggiunto dall’art. 2, comma
1, del decreto-legge 21 febbraio 2005, n. 17, recante: «Disposizioni
urgenti in materia di impugnazione delle sentenze contumaciali e dei
decreti di condanna», convertito con modificazioni dalla legge 22 aprile
2005, n. 60), nella parte in cui prevede, nei confronti dell’imputato
non detenuto, che la notificazione di tutti gli atti processuali
successivi al primo, e quindi anche del decreto di citazione a giudizio,
sia eseguita presso il difensore di fiducia.

I giudizi principali sono stati introdotti mediante decreti di
citazione diretta emessi dal pubblico ministero, con i quali sono
contestati i reati di cui agli artt. 110 e 316-ter del codice penale
(r.o. n. 447 del 2006) e agli artt. 110 e 640 cod. pen. (r.o. n. 617 del
2007).

1.1. – Nel giudizio cui si riferisce l’ordinanza r.o. n. 447 del
2006, in fase di verifica della costituzione delle parti, la difesa di
due imputati non comparsi si è opposta alla dichiarazione di contumacia
dei predetti e, dopo aver rilevato che la notifica del decreto di
citazione era stata effettuata ai sensi dell’art. 157, comma 8-bis, cod.
proc. pen., ha eccepito l’illegittimità costituzionale della norma
citata, in quanto la previsione generalizzata della notificazione degli
atti successivi al primo presso il difensore di fiducia dell’imputato
non detenuto impedirebbe, allo stesso imputato, «di conoscere
compiutamente l’accusa e di esercitare pienamente la sua difesa».

Il rimettente, dopo aver riferito che gli altri difensori si sono
associati all’eccezione e che «il PM si è dichiarato remissivo», osserva
che la questione è rilevante a fini di verifica della corretta
instaurazione del rapporto processuale, essendo evidente che
all’accoglimento della stessa seguirebbe l’ordine di rinnovazione della
notifica del decreto di citazione a giudizio, mentre in caso di rigetto
dovrebbe essere dichiarata la contumacia degli imputati non comparsi.

Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo rileva come
la norma censurata abbia introdotto una modalità di notificazione
strutturata sulla duplice circostanza dell’«essere avvenuta una prima
notifica all’imputato secondo le forme ordinarie e l’essere intervenuta
da parte dell’imputato la nomina di un difensore di fiducia», da cui il
ragionevole affidamento che, nell’ulteriore corso del procedimento a suo
carico, l’interessato sia informato di quanto accade attraverso il
rapporto con il difensore. Tuttavia, poiché tale affidamento avrebbe
«natura di un ragionamento ipotetico», non potrebbe escludersi, a
giudizio del rimettente, che in alcuni casi «il rapporto
difensore-assistito non comporti una integrale conoscenza da parte del
secondo degli atti del procedimento che vengono via via notificati
presso il difensore».

La descritta situazione di «non piena certezza» della conoscenza
dell’atto da parte dell’indagato assumerebbe, secondo il giudice a quo,
particolare significato nel caso della notifica del decreto di citazione
a giudizio, con il quale è promossa l’azione penale, e ciò sul
presupposto che la conoscenza dell’atto introduttivo del dibattimento
assuma valenza «nettamente diversa e superiore» rispetto a quella di
altri atti (sono indicati, in via esemplificativa, la convalida del
sequestro e l’avviso di conclusione delle indagini), in quanto da esso
l’interessato apprende con certezza qual è l’accusa ipotizzata a suo
carico ed è quindi messo in condizione di preparare un’adeguata difesa.

La previsione generalizzata della notificazione presso il difensore
di fiducia per gli atti del procedimento successivi al primo, senza
distinguere il contenuto degli atti stessi, porrebbe la norma censurata
in contrasto con il principio sancito dall’art. 111, terzo comma, Cost.,
il quale esige che l’imputato sia informato della natura e dei motivi
dell’accusa a suo carico e che disponga del tempo e delle condizioni
necessarie per preparare la difesa, nonché con il principio di
effettività della difesa (art. 24 Cost.).

Il rimettente non ritiene, infine, che il prospettato contrasto
possa essere escluso in ragione della possibilità, contemplata nella
medesima disposizione, che il difensore non accetti le notifiche, con
dichiarazione resa immediatamente all’autorità procedente, e renda
perciò inapplicabile il meccanismo censurato: così opinando si finirebbe
per attribuire alla scelta discrezionale del difensore la capacità di
incidere, in senso riduttivo, sui diritti costituzionalmente
riconosciuti all’imputato.

1.2. – Nel giudizio introdotto con l’ordinanza r.o. n. 617 del 2007
la scansione dei fatti processuali riferiti dal rimettente, i rilievi
argomentativi e la prospettazione della questione sono in tutto identici
a quelli già sintetizzati, in riferimento al primo giudizio, al
paragrafo 1.1., al quale si rinvia.

2. – In entrambi i giudizi, con atti depositati rispettivamente il
22 novembre 2006 e il 9 ottobre 2007, è intervenuto il Presidente del
Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale
dello Stato.

2.1. – Nell’atto di intervento riguardante il giudizio introdotto
con l’ordinanza r.o. n. 447 del 2006, la difesa erariale eccepisce
preliminarmente l’inammissibilità della questione per difetto di
rilevanza, in quanto il rimettente Tribunale in composizione monocratica
risulterebbe all’evidenza incompetente a conoscere del reato previsto
dall’art. 316-ter cod. pen., attribuito alla cognizione dell’organo
collegiale, ai sensi dell’art. 33-bis, lettera b), cod. proc. pen.

In ogni caso, ad avviso della difesa erariale, la questione sarebbe
infondata.

La norma censurata, secondo l’Avvocatura generale, presuppone che il
rapporto fiduciario difensore-assistito si svolga secondo canoni
fisiologici, nel qual caso non è ipotizzabile che l’assistito non venga
reso edotto della circostanza che nei suoi confronti è stato emesso
decreto di citazione a giudizio. Qualora, invece, tale fisiologia
difetti, come nelle ipotesi di interruzione del rapporto fiduciario o di
colpevole inerzia del difensore, ovvero nel caso si determini una
impossibilità di comunicazione tra i predetti soggetti, anche non dovuta
a colpevole inerzia del difensore o dell’assistito, soccorre la
previsione contenuta nell’art. 175 cod. proc. pen. (come modificato dal
decreto-legge n. 17 del 2005), che consente la rimessione in termini del
contumace e con essa il ripristino del diritto di difesa nella sua
pienezza ed effettività.

Pertanto, facendo riserva di ulteriormente illustrare le proprie
ragioni, l’Avvocatura generale conclude per la declaratoria di
inammissibilità o, comunque, di non fondatezza della questione.

2.2. – Nell’atto di intervento riguardante il giudizio introdotto
con l’ordinanza r.o. n. 617 del 2007, con riferimento al merito della
questione, la difesa erariale ripropone le medesime argomentazioni e
conclusioni già sintetizzate al paragrafo 2.1., al quale si rinvia.

Considerato in diritto

1. ? Il Tribunale di Firenze in composizione monocratica, con due
ordinanze, ha sollevato, in riferimento agli artt. 111, terzo comma, e
24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art.
157, comma 8-bis, del codice di procedura penale (aggiunto dall’art. 2,
comma 1, del decreto-legge 21 febbraio 2005, n. 17, recante:
«Disposizioni urgenti in materia di impugnazione delle sentenze
contumaciali e dei decreti di condanna», convertito con modificazioni
dalla legge 22 aprile 2005, n. 60), nella parte in cui prevede, nei
confronti dell’imputato non detenuto, che la notificazione di tutti gli
atti processuali successivi al primo, e quindi anche del decreto di
citazione a giudizio, sia eseguita presso il difensore di fiducia.

2. – Le ordinanze di rimessione sollevano la medesima questione e
pertanto i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica
decisione.

3. – Preliminarmente deve essere rigettata l’eccezione di
inammissibilità avanzata dalla difesa erariale, in riferimento al
giudizio introdotto con l’ordinanza r.o. n. 447 del 2006, e fondata
sulla presunta incompetenza del giudice rimettente.

Il principio di autonomia del giudizio incidentale di legittimità
costituzionale rispetto al processo principale implica che nel primo
possano avere rilievo soltanto vizi macroscopici del secondo, rilevabili
ictu oculi e tali da far ritenere la sicura invalidità di quest’ultimo
(ex plurimis, sentenze n. 27 del 2006 e n. 279 del 2007). Nel caso di
specie non viene segnalata una incompetenza in senso proprio del giudice
a quo, ma un difetto di attribuzione, in quanto la cognizione del
procedimento spetterebbe ugualmente al Tribunale di Firenze, ma in
composizione collegiale e non monocratica. La violazione delle norme in
materia di attribuzione può essere eccepita dalle parti o rilevata
d’ufficio, a pena di decadenza, entro l’udienza preliminare, o, se
quest’ultima manca, entro il termine previsto dall’art. 491, comma 1,
cod. proc. pen. e quindi subito dopo l’accertamento della costituzione
delle parti (art. 33-quinquies, cod. proc. pen.). Poiché il processo
principale è stato sospeso a causa dell’incidente di costituzionalità
prima che fosse scaduto il termine utile per la rilevazione (previa
eventuale eccezione di parte) del vizio concernente l’attribuzione del
procedimento, non si può ritenere sin d’ora insanabilmente viziato il
giudizio a quo, sostituendo la valutazione di questa Corte
all’iniziativa delle parti e comunque alla decisione che il giudice del
processo principale riterrà di dover adottare.

4. – Nel merito, la questione non è fondata.

La norma censurata si ispira all’esigenza di bilanciare il diritto
di difesa degli imputati e la speditezza del processo, semplificando le
modalità delle notifiche e contrastando eventuali comportamenti dilatori
e ostruzionistici. La scelta del legislatore è caduta sulla
valorizzazione del rapporto fiduciario tra l’imputato ed il suo
difensore, fermo restando che il primo atto del procedimento deve essere
notificato comunque nelle forme ordinarie. Tale scelta non è lesiva dei
diritti dell’imputato, in quanto la nomina del difensore di fiducia
implica l’insorgere di un rapporto di continua e doverosa informazione
da parte di quest’ultimo nei confronti del suo cliente, che riguarda
ovviamente, in primo luogo, la comunicazione degli atti e delle fasi del
procedimento, allo scopo di approntare una piena ed efficace difesa. Il
difensore può peraltro sottrarsi all’onere ed alla responsabilità di
realizzare questa puntuale attività comunicativa verso il proprio
assistito, dichiarando immediatamente e preventivamente di non accettare
le notificazioni indirizzate a quest’ultimo. In tal caso l’art. 157,
comma 8-bis, cod. proc. pen. non è applicabile e si procede alle
notifiche nelle forme ordinarie.

Anche l’imputato può rendere inapplicabile la norma censurata,
mediante dichiarazione del domicilio o sua elezione presso un qualunque
soggetto, e ciò in ogni fase del procedimento, posto che la
giurisprudenza di legittimità si è orientata, anche con una recentissima
pronuncia delle Sezioni unite penali della Corte di cassazione, nel
senso che la manifestazione di volontà della parte prevale sulla
domiciliazione legale per ogni notifica ad essa successiva.

Infine, si deve osservare che l’art. 175, comma 2, cod. proc. pen.,
nel testo attualmente vigente, consente all’imputato, in caso di
dichiarazione di contumacia, la rimessione in termini per proporre
impugnazione, ove non abbia avuto effettiva conoscenza del procedimento
o del provvedimento che lo riguarda.

Questa Corte ha già chiarito che non vi è una assoluta
incompatibilità delle presunzioni legali di conoscenza con le garanzie
di difesa e che non può negarsi che il legislatore possa presupporre un
onere di diligenza a carico del destinatario delle notificazioni, che
gli impone una certa forma di cooperazione (sentenza n. 211 del 1991). A
maggior ragione un minimo di cooperazione è richiesto al difensore di
fiducia, nel caso in cui, pur avendo la possibilità di rifiutare le
notificazioni ai sensi dell’art. 157, comma 8-bis, cod. proc. pen.,
accetti di riceverle e si accolli pertanto l’onere di mantenere
costantemente e compiutamente informato il proprio cliente.

Deve anzi ritenersi che, proprio per effetto della norma censurata,
il difensore nominato di fiducia sia gravato anche dal compito di
rendere edotto il proprio assistito delle conseguenze che, in assenza di
elezione o dichiarazione di domicilio, la stessa nomina comporta circa
le modalità di notificazione degli atti del procedimento. L’adempimento
di tale dovere professionale costituisce garanzia del buon funzionamento
del rapporto fiduciario a fini specifici di efficacia delle future
notifiche.

Ove poi l’imputato si rendesse irreperibile anche per il proprio
difensore, ciò sarebbe, di norma, l’indice del suo disinteresse alla
partecipazione attiva al processo.

5. – Quanto alla richiesta del giudice rimettente di estrapolare la
notifica del decreto di citazione a giudizio dagli altri atti del
processo e di dichiarare inapplicabile solo a questa l’art. 157, comma
8-bis, cod. proc. pen., a causa della sua particolare importanza, si
deve osservare che risulta priva di fondamento la pretesa di distinguere
gli atti del procedimento, quanto alla necessità della loro effettiva
conoscenza da parte dell’imputato, poiché l’esercizio del diritto di
difesa non è graduabile e deve ugualmente esplicarsi per tutto il corso
del procedimento stesso. Tanto meno una simile graduazione potrebbe
essere compiuta da questa Corte, una volta accertato che la normativa
censurata non è lesiva in generale dei parametri costituzionali
denunciati.

6. – In definitiva, la norma censurata assicura le condizioni minime
sufficienti a garantire una corretta e tempestiva informazione
dell’imputato su tutti gli atti processuali che lo riguardano. Tale
disciplina non è peraltro vincolante in modo incondizionato, poiché
resta pur sempre aperta la possibilità di avvalersi delle forme
ordinarie di notifica degli atti sia per iniziativa del difensore, il
quale, come si è visto, può dichiarare all’autorità procedente di non
accettare la notificazione, sia per iniziativa dell’imputato, che può
eleggere domicilio nella sua dimora abituale, determinando in tal modo
l’inapplicabilità della norma censurata.

Il diritto dell’imputato ad essere informato ed il suo diritto di
difesa rimangono pertanto sufficientemente garantiti. Non si ravvisano,
di conseguenza, le violazioni degli artt. 111, terzo comma, e 24 Cost.
denunciate nell’ordinanza di rimessione.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale
dell’art. 157, comma 8-bis, del codice di procedura penale (aggiunto
dall’art. 2, comma 1, del decreto-legge 21 febbraio 2005, n. 17,
recante: «Disposizioni urgenti in materia di impugnazione delle sentenze
contumaciali e dei decreti di condanna», convertito con modificazioni
dalla legge 22 aprile 2005, n. 60), sollevata, in riferimento agli artt.
111, terzo comma, e 24 della Costituzione, dal Tribunale di Firenze con
le ordinanze indicate in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo
della Consulta, il 5 maggio 2008.

F.to:

Franco BILE, Presidente

Gaetano SILVESTRI, Redattore

Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 14 maggio 2008.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: DI PAOLA

——————————

ORDINANZA N. 138

ANNO 2008

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

– Franco BILE Presidente

– Giovanni Maria FLICK Giudice

– Ugo DE SIERVO ”

– Paolo MADDALENA ”

– Alfio FINOCCHIARO ”

– Alfonso QUARANTA ”

– Franco GALLO ”

– Luigi MAZZELLA ”

– Gaetano SILVESTRI ”

– Sabino CASSESE ”

– Maria Rita SAULLE ”

– Giuseppe TESAURO ”

– Paolo Maria NAPOLITANO ”

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale del combinato disposto degli
artt. 4, lettera a), del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274
(Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace), e 74 del
codice di procedura penale in relazione all’art. 7 del codice di
procedura civile, promosso con ordinanza del 27 luglio 2006 dal Giudice
di pace di Firenze nel procedimento penale a carico di Stasi Sara,
iscritta al n. 681 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39, prima serie speciale,
dell’anno 2007.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;

udito nella camera di consiglio del 2 aprile 2008 il Giudice
relatore Paolo Maria Napolitano.

Ritenuto che il Giudice di pace di Firenze, con ordinanza del 27
luglio 2006, ha sollevato questione di legittimità costituzionale «del
combinato disposto dell’art. 4 lettera a) del d. lvo. 28 agosto 2000 n.
241 [n. 274 recante Disposizioni sulla competenza penale del giudice di
pace], coordinato con l’art. 74 c.p.p. e con l’art. 7 c.p.c., in
relazione agli artt. 3 e 25 Costituzione, là ove permette la
proposizione dell’azione civile in un giudizio penale [di competenza del
giudice di pace] oltre i limiti di competenza per valore dell’omologo
giudice civile»;

che nel giudizio a quo, avente ad oggetto un’imputazione per lesioni
colpose, la persona offesa si è costituita parte civile chiedendo la
condanna dell’imputato al risarcimento del danno per un ammontare di
oltre euro 60.000;

che, come rilevato dal rimettente, la competenza del giudice di pace
in materia civile è limitata alle cause relative a beni mobili di valore
non superiore a euro 2.582,28 e alle cause di risarcimento del danno
prodotto dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, purché il valore
della controversia non superi euro 15.493,71, oltre alle altre ipotesi
previste dall’art. 7 cod. proc. civ.;

che, a parere del rimettente, l’attuale disciplina della competenza
del giudice di pace in materia penale sarebbe in palese contrasto con il
principio di eguaglianza e con il principio del giudice naturale
precostituito per legge, in quanto, qualora il fatto illecito abbia
determinato un danno di importo superiore al limite di competenza per
valore del giudice di pace, la proposizione di un autonomo giudizio
civile deve effettuarsi avanti al tribunale, mentre una volta esercitata
l’azione penale, l’azione civile può essere esercitata all’interno del
processo penale che si celebra davanti al giudice di pace
indipendentemente dall’importo dei danni;

che la competenza del giudice di pace, in caso di costituzione di
parte civile nel processo penale, e quella alternativa del tribunale
civile, in caso di sola azione civile, risulterebbero rimesse alla
libera scelta del danneggiato con il superamento, nel primo caso, del
limite di competenza per valore fissato dal legislatore in materia
civile per il giudice di pace;

che, secondo il Giudice di pace di Firenze, l’attuale disciplina
violerebbe il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla
legge in quanto il danneggiante sarebbe costretto a subire la scelta del
danneggiato tra l’azione civile e la costituzione di parte civile nel
processo penale, trovandosi assoggettato, nel primo caso, ad un processo
avanti al tribunale e, nel secondo, di fronte al giudice di pace;

che tale libertà di scelta del danneggiato, oltre a violare il
principio di eguaglianza, comporterebbe una palese violazione dell’art.
25 Cost., in quanto per il danneggiante non verrebbe ad esservi un
giudice naturale precostituito per legge, ma un giudice naturale scelto
dalla volontà del danneggiato;

che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei
ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato,
il quale ha chiesto alla Corte di dichiarare la questione inammissibile
o, in subordine, infondata;

che, a parere dell’Avvocatura dello Stato, il principio del giudice
naturale non risulta violato dal momento che «è la predeterminazione per
legge dei criteri di azione del Giudice a soddisfare pienamente il
canone costituzionale, non già la sua adizione nel caso concreto»;

che la possibilità che siano competenti giudici diversi in relazione
al medesimo petitum discende dalla natura stessa dell’azione civile nel
processo penale, la quale ha funzione meramente «ancillare» rispetto
alla finalità della restaurazione della legalità violata;

che d’altro canto – ricorda ancora l’Avvocatura – nel processo
civile esistono numerosi casi di foro facoltativo e anche nel
contenzioso amministrativo si può scegliere tra il ricorso
giurisdizionale e il ricorso straordinario al Capo dello Stato.

Considerato che il Giudice di pace di Firenze dubita, in riferimento
agli articoli 3 e 25 della Costituzione, della legittimità
costituzionale del combinato disposto degli artt. 4, lettera a), del
decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla
competenza penale del giudice di pace), e 74 del codice di procedura
penale, nella parte in cui attribuisce al giudice di pace la competenza
a giudicare, nella materia penale a lui devoluta, anche sulla
costituzione di parte civile oltre il limite di valore di cui all’art. 7
codice di procedura civile;

che, a prescindere dall’errata individuazione della norma oggetto di
censura, – in quanto la prospettazione del rimettente porterebbe ad
indirizzare il dubbio di legittimità costituzionale sulla disposizione
che pone la regola della generale applicabilità delle norme contenute
nel codice di procedura penale e che individua le relative eccezioni
(vale a dire l’art. 2, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000) e non sulla
disposizione che gli attribuisce la competenza in materia penale (art.
4), – la questione è manifestamente infondata sia con riferimento
all’art. 3 che all’art. 25 della Costituzione;

che il meccanismo procedurale che assicura il simultaneus processus,
pur non essendo oggetto di garanzia costituzionale, costituisce
certamente una modalità processuale finalizzata all’economia dei giudizi
ed alla prevenzione del pericolo di giudicati contraddittori (ordinanze
n. 124 del 2005, n. 90 del 2002 e n. 398 del 2000);

che la disciplina della costituzione di parte civile nel processo
penale, anche in quello di competenza del giudice di pace, risponde a
precise esigenze di economia processuale e, pertanto, l’attribuzione in
tali casi al giudice di pace di controversie che superano il valore
stabilito dall’art. 7 cod. proc. civ. non può essere ritenuta
irragionevole;

che questa Corte ha ripetutamente affermato che, in materia di
individuazione del giudice competente, il legislatore gode di ampia
discrezionalità con l’unico limite della ragionevolezza e che «non
assume dunque rilievo la presunta maggiore o minore idoneità o
qualificazione, che possa essere rivendicata o riconosciuta all’uno o
all’altro organo della giurisdizione» (sentenza n. 460 del 1994 e
ordinanza n. 481 del 2002);

che è principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che
la garanzia del giudice naturale corrisponde a quella di giudice
precostituito per legge e che tale principio «è rispettato quando la
regola di competenza sia prefissata rispetto all’insorgere della
controversia (come è evidente nella specie) e non è invece utilizzabile
per sindacare la scelta del legislatore che si esprime nella fissazione
di quella regola» (ordinanza n. 193 del 2003).

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87,
e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte
costituzionale.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità
costituzionale del combinato disposto degli artt. 4, lettera a), del
decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla
competenza penale del giudice di pace), e 74 del codice di procedura
penale, in relazione all’art. 7 codice di procedura civile, sollevata,
in riferimento agli artt. 3 e 25 della Costituzione, dal Giudice di pace
di Firenze con l’ordinanza in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo
della Consulta, il 5 maggio 2008.

F.to:

Franco BILE, Presidente

Paolo Maria NAPOLITANO, Redattore

Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 14 maggio 2008.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: DI PAOLA

Pubblicato da: studionati | aprile 23, 2008

D. Lgs. 231/2001 Responsabilità degli enti da reato

Su "Il Sole 24 Ore" di oggi viene data notizia di una nuova ordinanza
del Tribunale di Milano in materia di costituzione di parte civile
contro l'ente in un procedimento ai sensi del decreto legislativo 231/2001.
Il Tribunale ha respinto la richiesta di costituzione di parte civile
nei confronti degli istituti di credito coinvolti nel processo Parmalat,
sostenendo che la qualificazione dell'illecito degli enti quale illecito
amministrativo non consente l'esperibilità dell'azione sulla base
dell'interpretazione estensiva dell'art. 185 c.p.
La decisione ripropone il contrasto dei giudici di merito su tale questione.


Pubblicato da: studionati | aprile 8, 2008

Incontro su certezza della pena e tutela della persona offesa

Il 4 aprile scorso si è tenuto un incontro sulla sicurezza e la giustizia organizzato dalla Professoressa Cristina Cabras dell’Università di Cagliari. Mi ha chiesto di fare un intervento sulla certezza della pena e sulla tutela della persona offesa nel processo penale. Riporto i passi salienti del mio intervento

La certezza della pena

L’osservatorio dell’Eures sulla criminalità ha compiuto una indagine sulla quantità e sulla qualità delle condanne, sulla media delle pene comminate e sulla effettiva loro espiazione.

E’ risultato che tra il 1995 ed il 2005 sono stati inflitti e non scontati circa 850.000 anni di reclusione e che nel 2001 la percentuale degli anni effettivamente trascorsi in carcere, su quelli inflitti, ha toccato la punta più bassa (38,4%).

http://eures.it/comunicati_stampa/certezza_pena.htm

Si impone, pertanto, una riflessione sul grado di effettività della repressione.

Se il sistema giudiziario non garantisce un minimo di effettività nella repressione dei reati si affievolisce, nella percezione dei cittadini, la credibilità e la serietà della “minaccia” della pena.

Non solo. Anche nei soggetti condannati si insinua la convinzione che si possa godere di una sostanziale impunità.

Si impone, pertanto, un ripensamento del sistema sanzionatorio.

La certezza della pena, d’altra parte deve essere coniugata con uno dei principi fondamentali del nostro ordinamento penale sancito dalla Costituzione: la funzione rieducativa della pena.

Le pene sono finalizzate a re-inserire il condannato nella società e non ad escluderlo definitivamente.

Anche questo obiettivo, però, non sembra che sia stato raggiunto. Difatti, secondo la ricerca dell’EURES, sopra citata, i condannati che hanno precedenti penali, rappresentano il 62 per cento del totale. Evidentemente le precedenti condanne non hanno in alcuna maniera indotto tali soggetti ad abbandonare il percorso criminale.

E’ necessario, dunque, intervenire con molteplici soluzioni, alcune delle quali proposte dalla Commissione Nazionale Consultiva e di coordinamento per i rapporti con le Regioni, gli enti locali e il volontariato:

  1. sensibilizzazione della popolazione scolastica sulle tematiche della legalità;

  2. miglioramento della qualità della vita in carcere;

  3. sostegno ed accompagnamento nei percorsi di reinserimento;

  4. formazione degli operatori carcerari.

http://www.giustizia.it/data/multimedia/2393.pdf

In Sardegna sono stati adottati diversi provvedimenti finalizzati al reinserimento sociale e lavorativo, sia per i detenuti scarcerati che per i tossicodipendenti che intendano seguire un percorso terapeutico.

La prospettiva dell’inserimento lavorativo costituisce l’unica speranza per questi soggetti e per le loro famiglie.

Difatti, molto spesso anche le madri, le mogli od i figli dei tossicodipendenti vivono in un contesto di disperazione ed il recupero di ogni detenuto con problemi di dipendenza da stupefacenti consente di stabilizzare interi nuclei familiari.

http://www.sardegnasociale.it/index.php?xsl=348&s=11&v=9&c=3071&nc=1&rb=3111,3308,3309

Tutela delle persone offese dal reato

Il nostro ordinamento non fornisce una effettiva tutela alle vittime dei reati.

Nell’esperienza professionale di un avvocato è ricorrente l’esigenza di dover spiegare ad un soggetto danneggiato da un reato che difficilmente saranno soddisfatte le sue pretese risarcitorie.

L’iter giudiziario della persona offesa segue i ritmi (lenti) del procedimento penale, ma non trova ristoro con la fine del processo. Difatti, dopo tre gradi di giudizio penale, nel corso del quale il giudice ha stabilito che un risarcimento è dovuto, la parte civile è costretta ad iniziare una causa civile per la quantificazione del danno (cioè, per stabilire la somma dovuta a titolo di risarcimento).

Tale causa, anch’essa caratterizzata da tre gradi di giudizio, non rappresenta la fine dell’esperienza giudiziaria, perché può essere necessario mettere in esecuzione la sentenza e pignorare i beni del condannato. Sempre che quest’ultimo non si sia, nel frattempo, reso nullatenente, rendendo di fatto vani tutti gli sforzi della parte civile.

E’ indispensabile, pertanto, una riforma delle norme processuali che consenta un più agevole esercizio dei propri diritti alle persone offese.

In tal senso il progetto di riforma del codice penale prevede, conformemente alle direttive dell’Unione Europea, norme specifiche finalizzate a garantire l’equo risarcimento dei danni patiti dalle persone offese.

http://www.giustizia.it/commissioni_studio/commissioni/xvleg/comm_pisapia.htm

In particolare, la sospensione condizionale della pena dovrà essere subordinata al risarcimento del danno, ovvero alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato.

Peraltro, sarebbe opportuno imporre al giudice penale di quantificare il risarcimento del danno, evitando il ricorso al giudice civile e, quindi, la duplicazione dei giudizi per lo stesso fatto.

Inoltre, conformemente all’indirizzo legislativo che si sta imponendo in materia di sequestro delle cose che costituiscono il prezzo od il profitto del reato, finalizzato alla futura confisca, anche per equivalente, dovrebbero ampliarsi le possibilità di sequestro conservativo dei beni a garanzia delle obbligazioni civili derivanti dal reato. Difatti, nell’attuale sistema, tale sequestro è consentito soltanto nella fase processuale e non in quella delle indagini preliminari, consentendo all’indagato di disfarsi di tutti i beni aggredibili dalla persona offesa.

Pubblicato da: studionati | febbraio 29, 2008

Le Sezioni Unite sui reati fallimentari

Brutte notizie per i bancarottieri!

Ieri le Sezioni Unite sono intervenute sulla questione posta dalla V

Sezione "Se i fatti di bancarotta commessi prima dell’entrata in vigore

del d.lgs. n. 5 del 2006 e del successivo d.lgs. n. 169 del 2007, che

hanno modificato i requisiti perché l’ imprenditore sia assoggettabile a

fallimento, continuino ad essere previsti come reato anche se in base

alla nuova normativa l’imprenditore non potrebbe più essere dichiarato

fallito".

Dalle informazioni provvisorie, pare che la soluzione sia stata affermativa.

http://www.cortedicassazione.it/Notizie/GiurisprudenzaPenale/SezioniUnite/SezioniUnite.asp?idRic=1
Pubblicato da: studionati | febbraio 5, 2008

Maltrattamenti in famiglia: reato proprio

L’art. 572 c.p. descrive, nella prima parte del primo comma, un reato proprio che può essere commesso unicamente nei confronti di un proprio familiare1. L’appartenenza alla medesima famiglia costituisce l’elemento normativo caratterizzante la figura criminosa de qua.

La Costituzione fornisce la definizione di famiglia: rientra in tale concetto, ai sensi del primo comma dell’art. 29, la “società naturale fondata sul matrimonio”.

Non è consentito all’interprete ampliare la sfera di applicazione della norma incriminatrice, facendo ricorso alla analogia in malam partem, equiparando il matrimonio alla convivenza more uxorio.

Si tratta di situazioni oggettivamente diverse che, in mancanza di un adeguamento normativo, non possono trovare il medesimo regime normativo.

Il legislatore, evidentemente, ha inteso tutelare con maggiore intensità taluni soggetti che, proprio in virtù del particolare legale o vincolo, non possono sottrarsi alle condotte vessatorie del soggetto agente. Così non è – rectius, non è nella generalità dei casi – nelle ipotesi di mera convivenza tra due soggetti adulti. O meglio, tale è stata la scelta del legislatore nella formulazione originaria della norma incriminatrice. La interpretazione in chiave evolutiva finalizzata a ricomprendere fenomeni sociali originariamente considerati non meritevoli di tutela, anche se astrattamente condivisibile, non è compatibile, come detto, con il divieto di analogia in mala partem.

La stessa Corte Costituzionale ha rilevato che il rapporto di fatto è privo delle caratteristiche di certezza e di stabilità proprie della famiglia legittima, in quanto la coabitazione può venire a cessare unilateralmente ed in qualsivoglia momento2.

Tale opzione ermeneutica è stata recepita anche dalla Suprema Corte di Cassazione con riguardo ad altre fattispecie penali.

Ad esempio, la mancanza della qualità di prossimo congiunto per il convivente more uxorio ha comportato che allo stesso non è applicabile l’aggravante di cui all’art. 577, c. 2 c.p., in caso di omicidio dell’altro convivente. Sul punto, pacifico in giurisprudenza, la S.C., con sentenza del 18 maggio 1988 n. 6037, Mass. uff. 178415, ha rilevato che la questione di legittimità costituzionale di questa norma, nella parte in cui prevede come aggravante la commissione del fatto contro il coniuge, sollevata sotto il profilo della disparità di trattamento rispetto all’ex coniuge ed al convivente more uxorio, è manifestamente infondata, in quanto il diverso trattamento normativo nei confronti del coniuge non è irrazionale, tenuto conto della sussistenza dei rapporti di coniugio e del carattere di tendenziale stabilità e riconoscibilità del vincolo coniugale.

* * * * *

Anche il ricorso all’interpretazione sistematica porta alle medesime conclusioni.

Il legislatore penale in taluni interventi settoriali ha inteso attribuire rilevanza e valorizzare le unioni non formalizzate (quelle che vengono comunemente definite “unioni di fatto”). Nella riforma dei reati contro la libertà sessuale – art. 609 quater, I comma, n. 2, c.p. – è espressamente indicato come potenziale soggetto attivo del reato il convivente del genitore della vittima infrasedicenne; la misura cautelare di cui all’art. 282 bis c.p.p. riguarda, per esplicita previsione normativa, anche il convivente; l’art. 199 c.p.p. concede facoltà di astensione dal deporre anche al convivente more uxorio, così come l’art. 681 c.p.p. attribuisce al convivente il potere di proporre domanda di grazia.

Tali esempi consentono di affermare che laddove il legislatore ha inteso equiparare la posizione del coniuge e del convivente di fatto, lo ha espressamente dichiarato.

La riprova, qualora ve ne fosse necessità, la si evince de iure condendo dalla lettura del recente disegno di legge governativo approvato dal Consiglio dei Ministri in data 22.12.2006, cosiddetto “Bindi-Pollastrini”, teso a modificare l’art. 572 c.p. inserendo l’espressa previsione di applicabilità della norma anche ai casi di maltrattamenti in danno di “conviventi”. Evidentemente si è voluto, con tale disegno di legge, colmare un vuoto di tutela che l’attuale formulazione non consente di riempire mediante un’interpretazione analogica in malam partem.

Non può, pertanto, ritenersi integrato il reato di cui all’art. 572 c.p. da parte del mero convivente.

 

1 Cassazione penale , Sez. VI, 09 novembre 2006, n. 3419;

2 Corte Costituzionale, Sent. 18 novembre 1986, n. 237, nell’escludere che la causa di non punibilità di cui all’art. 384 c.p. possa estendersi al convivente more uxorio.

Pubblicato da: studionati | gennaio 29, 2008

D. Lgs.n. 231 del 2001 e costituzione di parte civile

Su “Il Sole24ore” del 26 gennaio scorso è stata data notizia di una ordinanza pronunciata dal GUP presso il Tribunale di Milano, con la quale è stata dichiarata ammissibile la costituzione di parte civile nei confronti dell’ente. Nel caso specifico, è stata ammessa la costituzione dell’agenzia delle Entrate, nell’ambito di un processo per corruzione. La pronuncia milanese è in netto contrasto con precedenti decisioni assunte da giudici del medesimo Tribunale (Forleo, Tacconi e Varanelli) i quali avevano escluso la possibilità di costituirsi contro l’ente, in assenza nel decreto legislativo 231/01 di una norma che esplicitamente lo permetta (fonte “Il Sole24ore” del 25.01.2008). Si tratta di uno tanti profili problematici della normativa che, proprio per la natura ibrida penale-amministrativa, impegnerà gli interpreti nei prossimi anni.

 

 

 

Pubblicato da: studionati | dicembre 20, 2007

Decreto Legislativo n. 231 del 2001

LA RESPONSABILITÀ DA REATO DELLE SOCIETA’ AI SENSI DEL D. LGS 231/2001 ALLA LUCE DELLE INTEGRAZIONI INSERITE NEL 2007

SICUREZZA SUL LAVORO: LE NOVITA’ INTRODOTTE DALLA LEGGE N. 123/07 –

Il Decreto legislativo n. 231 del 2001 ha introdotto nel nostro ordinamento la responsabilità da reato delle società, prevedendo severe sanzioni per l’ente quando il legale rappresentante od un dipendente commetta un illecito penale nell’interesse od a vantaggio della società.

La normativa riguardava, nella sua originaria formulazione, soltanto taluni delitti dolosi contro la pubblica amministrazione, i reati societari, la truffa in danno dello Stato e pochi altri titoli di reato. La Legge n. 123/07, nel riformare profondamente la disciplina in materia di sicurezza, ha esteso l’applicazione del decreto legislativo n. 231 del 2001 anche ai reati di omicidio e lesioni colpose gravi causati dalla violazione delle norme a tutela del lavoro. Sono state introdotte, infatti, sanzioni pecuniarie ed interdittive per gli enti che non abbiano adottato modelli organizzativi idonei a prevenire i reati derivanti da inosservanza della disciplina sulla sicurezza sul lavoro.

La sanzione pecuniaria minima per la società nel caso di accertamento della responsabilità per tali reati è di 258.000 euro. Inoltre, nel caso di condanna per uno dei delitti citati, si applicano le sanzioni interdittive, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore a un anno ( l’interdizione dall’esercizio dell’attività; la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio; l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi; il divieto di pubblicizzare beni o servizi).

Il nuovo intervento legislativo riguarda anche l’esecuzione degli appalti pubblici. Infatti, anche per i nuovi illeciti assume particolare rilievo la possibile applicazione della sanzione interdittiva del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione. L’irrogazione di tale sanzione costituisce una delle cause di esclusione dalla “partecipazione alle procedure di affidamento delle concessioni e degli appalti di lavori, forniture e servizi” pubblici, a norma dell’art. 38, D.Lgs. 163/2006.

Il riconoscimento di una responsabilità dell’ente, oltre a quella dell’autore del reato persona fisica, comporta la previsione di autonome e distinte sanzioni (pecuniaria, interdittiva, pubblicazione della sentenza e confisca) da comminare alla società nel caso di accertamento del reato. La società può andare esente da pena soltanto se abbia attentamente valutato le fonti di rischio (mappatura del rischio) ed adottato i modelli organizzativi.

Per quanto riguarda i destinatari di tale Decreto, ad essere interessati dalla normativa sono gli enti dotati di personalità giuridica e non, quali ad esempio: Spa, Srl, Sapa, Snc, Sas, associazioni, cooperative, fondazioni, enti economici sia privati che pubblici e più in generale tutte le imprese organizzate in forma societaria. La normativa, pertanto, interessa un’area molto vasta di soggetti, tra i quali rientrano anche le piccole imprese, con particolare riferimento a quelle che hanno rapporti con la Pubblica Amministrazione (appalti, concessioni, autorizzazioni ecc.). L’unica esclusione è quella delle imprese individuali.

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