Pubblicato da: studionati | febbraio 5, 2008

Maltrattamenti in famiglia: reato proprio

L’art. 572 c.p. descrive, nella prima parte del primo comma, un reato proprio che può essere commesso unicamente nei confronti di un proprio familiare1. L’appartenenza alla medesima famiglia costituisce l’elemento normativo caratterizzante la figura criminosa de qua.

La Costituzione fornisce la definizione di famiglia: rientra in tale concetto, ai sensi del primo comma dell’art. 29, la “società naturale fondata sul matrimonio”.

Non è consentito all’interprete ampliare la sfera di applicazione della norma incriminatrice, facendo ricorso alla analogia in malam partem, equiparando il matrimonio alla convivenza more uxorio.

Si tratta di situazioni oggettivamente diverse che, in mancanza di un adeguamento normativo, non possono trovare il medesimo regime normativo.

Il legislatore, evidentemente, ha inteso tutelare con maggiore intensità taluni soggetti che, proprio in virtù del particolare legale o vincolo, non possono sottrarsi alle condotte vessatorie del soggetto agente. Così non è – rectius, non è nella generalità dei casi – nelle ipotesi di mera convivenza tra due soggetti adulti. O meglio, tale è stata la scelta del legislatore nella formulazione originaria della norma incriminatrice. La interpretazione in chiave evolutiva finalizzata a ricomprendere fenomeni sociali originariamente considerati non meritevoli di tutela, anche se astrattamente condivisibile, non è compatibile, come detto, con il divieto di analogia in mala partem.

La stessa Corte Costituzionale ha rilevato che il rapporto di fatto è privo delle caratteristiche di certezza e di stabilità proprie della famiglia legittima, in quanto la coabitazione può venire a cessare unilateralmente ed in qualsivoglia momento2.

Tale opzione ermeneutica è stata recepita anche dalla Suprema Corte di Cassazione con riguardo ad altre fattispecie penali.

Ad esempio, la mancanza della qualità di prossimo congiunto per il convivente more uxorio ha comportato che allo stesso non è applicabile l’aggravante di cui all’art. 577, c. 2 c.p., in caso di omicidio dell’altro convivente. Sul punto, pacifico in giurisprudenza, la S.C., con sentenza del 18 maggio 1988 n. 6037, Mass. uff. 178415, ha rilevato che la questione di legittimità costituzionale di questa norma, nella parte in cui prevede come aggravante la commissione del fatto contro il coniuge, sollevata sotto il profilo della disparità di trattamento rispetto all’ex coniuge ed al convivente more uxorio, è manifestamente infondata, in quanto il diverso trattamento normativo nei confronti del coniuge non è irrazionale, tenuto conto della sussistenza dei rapporti di coniugio e del carattere di tendenziale stabilità e riconoscibilità del vincolo coniugale.

* * * * *

Anche il ricorso all’interpretazione sistematica porta alle medesime conclusioni.

Il legislatore penale in taluni interventi settoriali ha inteso attribuire rilevanza e valorizzare le unioni non formalizzate (quelle che vengono comunemente definite “unioni di fatto”). Nella riforma dei reati contro la libertà sessuale – art. 609 quater, I comma, n. 2, c.p. – è espressamente indicato come potenziale soggetto attivo del reato il convivente del genitore della vittima infrasedicenne; la misura cautelare di cui all’art. 282 bis c.p.p. riguarda, per esplicita previsione normativa, anche il convivente; l’art. 199 c.p.p. concede facoltà di astensione dal deporre anche al convivente more uxorio, così come l’art. 681 c.p.p. attribuisce al convivente il potere di proporre domanda di grazia.

Tali esempi consentono di affermare che laddove il legislatore ha inteso equiparare la posizione del coniuge e del convivente di fatto, lo ha espressamente dichiarato.

La riprova, qualora ve ne fosse necessità, la si evince de iure condendo dalla lettura del recente disegno di legge governativo approvato dal Consiglio dei Ministri in data 22.12.2006, cosiddetto “Bindi-Pollastrini”, teso a modificare l’art. 572 c.p. inserendo l’espressa previsione di applicabilità della norma anche ai casi di maltrattamenti in danno di “conviventi”. Evidentemente si è voluto, con tale disegno di legge, colmare un vuoto di tutela che l’attuale formulazione non consente di riempire mediante un’interpretazione analogica in malam partem.

Non può, pertanto, ritenersi integrato il reato di cui all’art. 572 c.p. da parte del mero convivente.

 

1 Cassazione penale , Sez. VI, 09 novembre 2006, n. 3419;

2 Corte Costituzionale, Sent. 18 novembre 1986, n. 237, nell’escludere che la causa di non punibilità di cui all’art. 384 c.p. possa estendersi al convivente more uxorio.

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