Pubblicato da: studionati | maggio 14, 2008

Novità dalla Corte Costituzionale – Sentenza n. 136 ed ordinanza n. 138 del 2008

Segnalo due interessanti pronunce della Corte Costituzionale depositate in data odierna.

La prima, in materia di notifiche, riguarda la norma introdotta dall’art.157, comma 8-bis, c.p.p., ritenuta dal giudice delle leggi non in contrasto con gli artt. 24 e 111 Cost., sul presupposto che il difensore può legittimamente rifiutare le notifiche rivolte al proprio assistito (dichiarando tempestivamente all’autorità procedente di non accettare la notificazione), e che l’imputato può eleggere domicilio nella sua dimora abituale, determinando in tal modo l’inapplicabilità della norma censurata.

La seconda questione, dichiarata manifestamente infondata, riguarda l’art. 4 lettera a) del d.lvo. 28 agosto 2000 n. 241 [n. 274 recante Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace], coordinato con l’art. 74 c.p.p. e con l’art. 7 c.p.c., in relazione agli artt. 3 e 25 Costituzione, là ove permette la proposizione dell’azione civile in un giudizio penale [di competenza del giudice di pace] oltre i limiti di competenza per valore dell’omologo giudice civile».
Le ragioni che hanno spinto il GdP di Firenze a chiedere l’intervento della Corte sono condivisibili. Non si comprende per quale ragione la parte civile possa chiedere, nell’ambito di un processo penale davanti ad un giudice di pace, un risarcimento senza limiti, mentre se decida di coltivare l’azione in sede civile, questa sia soggetta ai limiti di competenza dello stesso giudice.
Da una parte gli si consente di chiedere centinaia di migliaia di euro (a me è capitato), ad esempio costituendosi parte civile in un processo per lesioni colpose. Dall’altra, si ritiene il GdP con competenza civile inadatto a decidere su pretese risarcitorie che superano una certa soglia, imponendo al danneggiato di rivolgersi al Tribunale. Mi sembra irragionevole, anche se la Corte ritiene che costituisca insindacabile scelta del legislatore. De iure condendo si dovrebbe trovare una – non semplice – soluzione a tale disarmonia del sistema processuale.

SENTENZA N. 136

ANNO 2008

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

– Franco BILE Presidente

– Giovanni Maria FLICK Giudice

– Francesco AMIRANTE ”

– Ugo DE SIERVO ”

– Paolo MADDALENA ”

– Franco GALLO ”

– Gaetano SILVESTRI ”

– Sabino CASSESE ”

– Maria Rita SAULLE ”

– Giuseppe TESAURO ”

– Paolo Maria NAPOLITANO ”

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 157, comma 8-bis,
del codice di procedura penale (aggiunto dall’art. 2, comma 1, del
decreto-legge 21 febbraio 2005, n. 17, recante: «Disposizioni urgenti in
materia di impugnazione delle sentenze contumaciali e dei decreti di
condanna», convertito con modificazioni dalla legge 22 aprile 2005, n.
60), promossi con ordinanze del 21 ottobre 2005 e del 20 novembre 2006
dal Tribunale di Firenze, iscritte, rispettivamente, al n. 447 del
registro ordinanze 2006 ed al n. 617 del registro ordinanze 2007 e
pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, edizione
straordinaria del 2 novembre 2006, prima serie speciale, dell’anno 2006
e n. 36, prima serie speciale, dell’anno 2007.

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;

udito nella camera di consiglio del 16 aprile 2008 il Giudice
relatore Gaetano Silvestri.

Ritenuto in fatto

1.? Con due ordinanze di tenore sostanzialmente analogo, depositate
il 21 ottobre 2005 (r.o. n. 447 del 2006) e il 20 novembre 2006 (r.o. n.
617 del 2007), il Tribunale di Firenze, in composizione monocratica, ha
sollevato, in riferimento agli articoli 111, terzo comma, e 24 della
Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 157,
comma 8-bis, del codice di procedura penale (aggiunto dall’art. 2, comma
1, del decreto-legge 21 febbraio 2005, n. 17, recante: «Disposizioni
urgenti in materia di impugnazione delle sentenze contumaciali e dei
decreti di condanna», convertito con modificazioni dalla legge 22 aprile
2005, n. 60), nella parte in cui prevede, nei confronti dell’imputato
non detenuto, che la notificazione di tutti gli atti processuali
successivi al primo, e quindi anche del decreto di citazione a giudizio,
sia eseguita presso il difensore di fiducia.

I giudizi principali sono stati introdotti mediante decreti di
citazione diretta emessi dal pubblico ministero, con i quali sono
contestati i reati di cui agli artt. 110 e 316-ter del codice penale
(r.o. n. 447 del 2006) e agli artt. 110 e 640 cod. pen. (r.o. n. 617 del
2007).

1.1. – Nel giudizio cui si riferisce l’ordinanza r.o. n. 447 del
2006, in fase di verifica della costituzione delle parti, la difesa di
due imputati non comparsi si è opposta alla dichiarazione di contumacia
dei predetti e, dopo aver rilevato che la notifica del decreto di
citazione era stata effettuata ai sensi dell’art. 157, comma 8-bis, cod.
proc. pen., ha eccepito l’illegittimità costituzionale della norma
citata, in quanto la previsione generalizzata della notificazione degli
atti successivi al primo presso il difensore di fiducia dell’imputato
non detenuto impedirebbe, allo stesso imputato, «di conoscere
compiutamente l’accusa e di esercitare pienamente la sua difesa».

Il rimettente, dopo aver riferito che gli altri difensori si sono
associati all’eccezione e che «il PM si è dichiarato remissivo», osserva
che la questione è rilevante a fini di verifica della corretta
instaurazione del rapporto processuale, essendo evidente che
all’accoglimento della stessa seguirebbe l’ordine di rinnovazione della
notifica del decreto di citazione a giudizio, mentre in caso di rigetto
dovrebbe essere dichiarata la contumacia degli imputati non comparsi.

Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo rileva come
la norma censurata abbia introdotto una modalità di notificazione
strutturata sulla duplice circostanza dell’«essere avvenuta una prima
notifica all’imputato secondo le forme ordinarie e l’essere intervenuta
da parte dell’imputato la nomina di un difensore di fiducia», da cui il
ragionevole affidamento che, nell’ulteriore corso del procedimento a suo
carico, l’interessato sia informato di quanto accade attraverso il
rapporto con il difensore. Tuttavia, poiché tale affidamento avrebbe
«natura di un ragionamento ipotetico», non potrebbe escludersi, a
giudizio del rimettente, che in alcuni casi «il rapporto
difensore-assistito non comporti una integrale conoscenza da parte del
secondo degli atti del procedimento che vengono via via notificati
presso il difensore».

La descritta situazione di «non piena certezza» della conoscenza
dell’atto da parte dell’indagato assumerebbe, secondo il giudice a quo,
particolare significato nel caso della notifica del decreto di citazione
a giudizio, con il quale è promossa l’azione penale, e ciò sul
presupposto che la conoscenza dell’atto introduttivo del dibattimento
assuma valenza «nettamente diversa e superiore» rispetto a quella di
altri atti (sono indicati, in via esemplificativa, la convalida del
sequestro e l’avviso di conclusione delle indagini), in quanto da esso
l’interessato apprende con certezza qual è l’accusa ipotizzata a suo
carico ed è quindi messo in condizione di preparare un’adeguata difesa.

La previsione generalizzata della notificazione presso il difensore
di fiducia per gli atti del procedimento successivi al primo, senza
distinguere il contenuto degli atti stessi, porrebbe la norma censurata
in contrasto con il principio sancito dall’art. 111, terzo comma, Cost.,
il quale esige che l’imputato sia informato della natura e dei motivi
dell’accusa a suo carico e che disponga del tempo e delle condizioni
necessarie per preparare la difesa, nonché con il principio di
effettività della difesa (art. 24 Cost.).

Il rimettente non ritiene, infine, che il prospettato contrasto
possa essere escluso in ragione della possibilità, contemplata nella
medesima disposizione, che il difensore non accetti le notifiche, con
dichiarazione resa immediatamente all’autorità procedente, e renda
perciò inapplicabile il meccanismo censurato: così opinando si finirebbe
per attribuire alla scelta discrezionale del difensore la capacità di
incidere, in senso riduttivo, sui diritti costituzionalmente
riconosciuti all’imputato.

1.2. – Nel giudizio introdotto con l’ordinanza r.o. n. 617 del 2007
la scansione dei fatti processuali riferiti dal rimettente, i rilievi
argomentativi e la prospettazione della questione sono in tutto identici
a quelli già sintetizzati, in riferimento al primo giudizio, al
paragrafo 1.1., al quale si rinvia.

2. – In entrambi i giudizi, con atti depositati rispettivamente il
22 novembre 2006 e il 9 ottobre 2007, è intervenuto il Presidente del
Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale
dello Stato.

2.1. – Nell’atto di intervento riguardante il giudizio introdotto
con l’ordinanza r.o. n. 447 del 2006, la difesa erariale eccepisce
preliminarmente l’inammissibilità della questione per difetto di
rilevanza, in quanto il rimettente Tribunale in composizione monocratica
risulterebbe all’evidenza incompetente a conoscere del reato previsto
dall’art. 316-ter cod. pen., attribuito alla cognizione dell’organo
collegiale, ai sensi dell’art. 33-bis, lettera b), cod. proc. pen.

In ogni caso, ad avviso della difesa erariale, la questione sarebbe
infondata.

La norma censurata, secondo l’Avvocatura generale, presuppone che il
rapporto fiduciario difensore-assistito si svolga secondo canoni
fisiologici, nel qual caso non è ipotizzabile che l’assistito non venga
reso edotto della circostanza che nei suoi confronti è stato emesso
decreto di citazione a giudizio. Qualora, invece, tale fisiologia
difetti, come nelle ipotesi di interruzione del rapporto fiduciario o di
colpevole inerzia del difensore, ovvero nel caso si determini una
impossibilità di comunicazione tra i predetti soggetti, anche non dovuta
a colpevole inerzia del difensore o dell’assistito, soccorre la
previsione contenuta nell’art. 175 cod. proc. pen. (come modificato dal
decreto-legge n. 17 del 2005), che consente la rimessione in termini del
contumace e con essa il ripristino del diritto di difesa nella sua
pienezza ed effettività.

Pertanto, facendo riserva di ulteriormente illustrare le proprie
ragioni, l’Avvocatura generale conclude per la declaratoria di
inammissibilità o, comunque, di non fondatezza della questione.

2.2. – Nell’atto di intervento riguardante il giudizio introdotto
con l’ordinanza r.o. n. 617 del 2007, con riferimento al merito della
questione, la difesa erariale ripropone le medesime argomentazioni e
conclusioni già sintetizzate al paragrafo 2.1., al quale si rinvia.

Considerato in diritto

1. ? Il Tribunale di Firenze in composizione monocratica, con due
ordinanze, ha sollevato, in riferimento agli artt. 111, terzo comma, e
24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art.
157, comma 8-bis, del codice di procedura penale (aggiunto dall’art. 2,
comma 1, del decreto-legge 21 febbraio 2005, n. 17, recante:
«Disposizioni urgenti in materia di impugnazione delle sentenze
contumaciali e dei decreti di condanna», convertito con modificazioni
dalla legge 22 aprile 2005, n. 60), nella parte in cui prevede, nei
confronti dell’imputato non detenuto, che la notificazione di tutti gli
atti processuali successivi al primo, e quindi anche del decreto di
citazione a giudizio, sia eseguita presso il difensore di fiducia.

2. – Le ordinanze di rimessione sollevano la medesima questione e
pertanto i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica
decisione.

3. – Preliminarmente deve essere rigettata l’eccezione di
inammissibilità avanzata dalla difesa erariale, in riferimento al
giudizio introdotto con l’ordinanza r.o. n. 447 del 2006, e fondata
sulla presunta incompetenza del giudice rimettente.

Il principio di autonomia del giudizio incidentale di legittimità
costituzionale rispetto al processo principale implica che nel primo
possano avere rilievo soltanto vizi macroscopici del secondo, rilevabili
ictu oculi e tali da far ritenere la sicura invalidità di quest’ultimo
(ex plurimis, sentenze n. 27 del 2006 e n. 279 del 2007). Nel caso di
specie non viene segnalata una incompetenza in senso proprio del giudice
a quo, ma un difetto di attribuzione, in quanto la cognizione del
procedimento spetterebbe ugualmente al Tribunale di Firenze, ma in
composizione collegiale e non monocratica. La violazione delle norme in
materia di attribuzione può essere eccepita dalle parti o rilevata
d’ufficio, a pena di decadenza, entro l’udienza preliminare, o, se
quest’ultima manca, entro il termine previsto dall’art. 491, comma 1,
cod. proc. pen. e quindi subito dopo l’accertamento della costituzione
delle parti (art. 33-quinquies, cod. proc. pen.). Poiché il processo
principale è stato sospeso a causa dell’incidente di costituzionalità
prima che fosse scaduto il termine utile per la rilevazione (previa
eventuale eccezione di parte) del vizio concernente l’attribuzione del
procedimento, non si può ritenere sin d’ora insanabilmente viziato il
giudizio a quo, sostituendo la valutazione di questa Corte
all’iniziativa delle parti e comunque alla decisione che il giudice del
processo principale riterrà di dover adottare.

4. – Nel merito, la questione non è fondata.

La norma censurata si ispira all’esigenza di bilanciare il diritto
di difesa degli imputati e la speditezza del processo, semplificando le
modalità delle notifiche e contrastando eventuali comportamenti dilatori
e ostruzionistici. La scelta del legislatore è caduta sulla
valorizzazione del rapporto fiduciario tra l’imputato ed il suo
difensore, fermo restando che il primo atto del procedimento deve essere
notificato comunque nelle forme ordinarie. Tale scelta non è lesiva dei
diritti dell’imputato, in quanto la nomina del difensore di fiducia
implica l’insorgere di un rapporto di continua e doverosa informazione
da parte di quest’ultimo nei confronti del suo cliente, che riguarda
ovviamente, in primo luogo, la comunicazione degli atti e delle fasi del
procedimento, allo scopo di approntare una piena ed efficace difesa. Il
difensore può peraltro sottrarsi all’onere ed alla responsabilità di
realizzare questa puntuale attività comunicativa verso il proprio
assistito, dichiarando immediatamente e preventivamente di non accettare
le notificazioni indirizzate a quest’ultimo. In tal caso l’art. 157,
comma 8-bis, cod. proc. pen. non è applicabile e si procede alle
notifiche nelle forme ordinarie.

Anche l’imputato può rendere inapplicabile la norma censurata,
mediante dichiarazione del domicilio o sua elezione presso un qualunque
soggetto, e ciò in ogni fase del procedimento, posto che la
giurisprudenza di legittimità si è orientata, anche con una recentissima
pronuncia delle Sezioni unite penali della Corte di cassazione, nel
senso che la manifestazione di volontà della parte prevale sulla
domiciliazione legale per ogni notifica ad essa successiva.

Infine, si deve osservare che l’art. 175, comma 2, cod. proc. pen.,
nel testo attualmente vigente, consente all’imputato, in caso di
dichiarazione di contumacia, la rimessione in termini per proporre
impugnazione, ove non abbia avuto effettiva conoscenza del procedimento
o del provvedimento che lo riguarda.

Questa Corte ha già chiarito che non vi è una assoluta
incompatibilità delle presunzioni legali di conoscenza con le garanzie
di difesa e che non può negarsi che il legislatore possa presupporre un
onere di diligenza a carico del destinatario delle notificazioni, che
gli impone una certa forma di cooperazione (sentenza n. 211 del 1991). A
maggior ragione un minimo di cooperazione è richiesto al difensore di
fiducia, nel caso in cui, pur avendo la possibilità di rifiutare le
notificazioni ai sensi dell’art. 157, comma 8-bis, cod. proc. pen.,
accetti di riceverle e si accolli pertanto l’onere di mantenere
costantemente e compiutamente informato il proprio cliente.

Deve anzi ritenersi che, proprio per effetto della norma censurata,
il difensore nominato di fiducia sia gravato anche dal compito di
rendere edotto il proprio assistito delle conseguenze che, in assenza di
elezione o dichiarazione di domicilio, la stessa nomina comporta circa
le modalità di notificazione degli atti del procedimento. L’adempimento
di tale dovere professionale costituisce garanzia del buon funzionamento
del rapporto fiduciario a fini specifici di efficacia delle future
notifiche.

Ove poi l’imputato si rendesse irreperibile anche per il proprio
difensore, ciò sarebbe, di norma, l’indice del suo disinteresse alla
partecipazione attiva al processo.

5. – Quanto alla richiesta del giudice rimettente di estrapolare la
notifica del decreto di citazione a giudizio dagli altri atti del
processo e di dichiarare inapplicabile solo a questa l’art. 157, comma
8-bis, cod. proc. pen., a causa della sua particolare importanza, si
deve osservare che risulta priva di fondamento la pretesa di distinguere
gli atti del procedimento, quanto alla necessità della loro effettiva
conoscenza da parte dell’imputato, poiché l’esercizio del diritto di
difesa non è graduabile e deve ugualmente esplicarsi per tutto il corso
del procedimento stesso. Tanto meno una simile graduazione potrebbe
essere compiuta da questa Corte, una volta accertato che la normativa
censurata non è lesiva in generale dei parametri costituzionali
denunciati.

6. – In definitiva, la norma censurata assicura le condizioni minime
sufficienti a garantire una corretta e tempestiva informazione
dell’imputato su tutti gli atti processuali che lo riguardano. Tale
disciplina non è peraltro vincolante in modo incondizionato, poiché
resta pur sempre aperta la possibilità di avvalersi delle forme
ordinarie di notifica degli atti sia per iniziativa del difensore, il
quale, come si è visto, può dichiarare all’autorità procedente di non
accettare la notificazione, sia per iniziativa dell’imputato, che può
eleggere domicilio nella sua dimora abituale, determinando in tal modo
l’inapplicabilità della norma censurata.

Il diritto dell’imputato ad essere informato ed il suo diritto di
difesa rimangono pertanto sufficientemente garantiti. Non si ravvisano,
di conseguenza, le violazioni degli artt. 111, terzo comma, e 24 Cost.
denunciate nell’ordinanza di rimessione.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale
dell’art. 157, comma 8-bis, del codice di procedura penale (aggiunto
dall’art. 2, comma 1, del decreto-legge 21 febbraio 2005, n. 17,
recante: «Disposizioni urgenti in materia di impugnazione delle sentenze
contumaciali e dei decreti di condanna», convertito con modificazioni
dalla legge 22 aprile 2005, n. 60), sollevata, in riferimento agli artt.
111, terzo comma, e 24 della Costituzione, dal Tribunale di Firenze con
le ordinanze indicate in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo
della Consulta, il 5 maggio 2008.

F.to:

Franco BILE, Presidente

Gaetano SILVESTRI, Redattore

Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 14 maggio 2008.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: DI PAOLA

——————————

ORDINANZA N. 138

ANNO 2008

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

– Franco BILE Presidente

– Giovanni Maria FLICK Giudice

– Ugo DE SIERVO ”

– Paolo MADDALENA ”

– Alfio FINOCCHIARO ”

– Alfonso QUARANTA ”

– Franco GALLO ”

– Luigi MAZZELLA ”

– Gaetano SILVESTRI ”

– Sabino CASSESE ”

– Maria Rita SAULLE ”

– Giuseppe TESAURO ”

– Paolo Maria NAPOLITANO ”

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale del combinato disposto degli
artt. 4, lettera a), del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274
(Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace), e 74 del
codice di procedura penale in relazione all’art. 7 del codice di
procedura civile, promosso con ordinanza del 27 luglio 2006 dal Giudice
di pace di Firenze nel procedimento penale a carico di Stasi Sara,
iscritta al n. 681 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39, prima serie speciale,
dell’anno 2007.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;

udito nella camera di consiglio del 2 aprile 2008 il Giudice
relatore Paolo Maria Napolitano.

Ritenuto che il Giudice di pace di Firenze, con ordinanza del 27
luglio 2006, ha sollevato questione di legittimità costituzionale «del
combinato disposto dell’art. 4 lettera a) del d. lvo. 28 agosto 2000 n.
241 [n. 274 recante Disposizioni sulla competenza penale del giudice di
pace], coordinato con l’art. 74 c.p.p. e con l’art. 7 c.p.c., in
relazione agli artt. 3 e 25 Costituzione, là ove permette la
proposizione dell’azione civile in un giudizio penale [di competenza del
giudice di pace] oltre i limiti di competenza per valore dell’omologo
giudice civile»;

che nel giudizio a quo, avente ad oggetto un’imputazione per lesioni
colpose, la persona offesa si è costituita parte civile chiedendo la
condanna dell’imputato al risarcimento del danno per un ammontare di
oltre euro 60.000;

che, come rilevato dal rimettente, la competenza del giudice di pace
in materia civile è limitata alle cause relative a beni mobili di valore
non superiore a euro 2.582,28 e alle cause di risarcimento del danno
prodotto dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, purché il valore
della controversia non superi euro 15.493,71, oltre alle altre ipotesi
previste dall’art. 7 cod. proc. civ.;

che, a parere del rimettente, l’attuale disciplina della competenza
del giudice di pace in materia penale sarebbe in palese contrasto con il
principio di eguaglianza e con il principio del giudice naturale
precostituito per legge, in quanto, qualora il fatto illecito abbia
determinato un danno di importo superiore al limite di competenza per
valore del giudice di pace, la proposizione di un autonomo giudizio
civile deve effettuarsi avanti al tribunale, mentre una volta esercitata
l’azione penale, l’azione civile può essere esercitata all’interno del
processo penale che si celebra davanti al giudice di pace
indipendentemente dall’importo dei danni;

che la competenza del giudice di pace, in caso di costituzione di
parte civile nel processo penale, e quella alternativa del tribunale
civile, in caso di sola azione civile, risulterebbero rimesse alla
libera scelta del danneggiato con il superamento, nel primo caso, del
limite di competenza per valore fissato dal legislatore in materia
civile per il giudice di pace;

che, secondo il Giudice di pace di Firenze, l’attuale disciplina
violerebbe il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla
legge in quanto il danneggiante sarebbe costretto a subire la scelta del
danneggiato tra l’azione civile e la costituzione di parte civile nel
processo penale, trovandosi assoggettato, nel primo caso, ad un processo
avanti al tribunale e, nel secondo, di fronte al giudice di pace;

che tale libertà di scelta del danneggiato, oltre a violare il
principio di eguaglianza, comporterebbe una palese violazione dell’art.
25 Cost., in quanto per il danneggiante non verrebbe ad esservi un
giudice naturale precostituito per legge, ma un giudice naturale scelto
dalla volontà del danneggiato;

che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei
ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato,
il quale ha chiesto alla Corte di dichiarare la questione inammissibile
o, in subordine, infondata;

che, a parere dell’Avvocatura dello Stato, il principio del giudice
naturale non risulta violato dal momento che «è la predeterminazione per
legge dei criteri di azione del Giudice a soddisfare pienamente il
canone costituzionale, non già la sua adizione nel caso concreto»;

che la possibilità che siano competenti giudici diversi in relazione
al medesimo petitum discende dalla natura stessa dell’azione civile nel
processo penale, la quale ha funzione meramente «ancillare» rispetto
alla finalità della restaurazione della legalità violata;

che d’altro canto – ricorda ancora l’Avvocatura – nel processo
civile esistono numerosi casi di foro facoltativo e anche nel
contenzioso amministrativo si può scegliere tra il ricorso
giurisdizionale e il ricorso straordinario al Capo dello Stato.

Considerato che il Giudice di pace di Firenze dubita, in riferimento
agli articoli 3 e 25 della Costituzione, della legittimità
costituzionale del combinato disposto degli artt. 4, lettera a), del
decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla
competenza penale del giudice di pace), e 74 del codice di procedura
penale, nella parte in cui attribuisce al giudice di pace la competenza
a giudicare, nella materia penale a lui devoluta, anche sulla
costituzione di parte civile oltre il limite di valore di cui all’art. 7
codice di procedura civile;

che, a prescindere dall’errata individuazione della norma oggetto di
censura, – in quanto la prospettazione del rimettente porterebbe ad
indirizzare il dubbio di legittimità costituzionale sulla disposizione
che pone la regola della generale applicabilità delle norme contenute
nel codice di procedura penale e che individua le relative eccezioni
(vale a dire l’art. 2, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000) e non sulla
disposizione che gli attribuisce la competenza in materia penale (art.
4), – la questione è manifestamente infondata sia con riferimento
all’art. 3 che all’art. 25 della Costituzione;

che il meccanismo procedurale che assicura il simultaneus processus,
pur non essendo oggetto di garanzia costituzionale, costituisce
certamente una modalità processuale finalizzata all’economia dei giudizi
ed alla prevenzione del pericolo di giudicati contraddittori (ordinanze
n. 124 del 2005, n. 90 del 2002 e n. 398 del 2000);

che la disciplina della costituzione di parte civile nel processo
penale, anche in quello di competenza del giudice di pace, risponde a
precise esigenze di economia processuale e, pertanto, l’attribuzione in
tali casi al giudice di pace di controversie che superano il valore
stabilito dall’art. 7 cod. proc. civ. non può essere ritenuta
irragionevole;

che questa Corte ha ripetutamente affermato che, in materia di
individuazione del giudice competente, il legislatore gode di ampia
discrezionalità con l’unico limite della ragionevolezza e che «non
assume dunque rilievo la presunta maggiore o minore idoneità o
qualificazione, che possa essere rivendicata o riconosciuta all’uno o
all’altro organo della giurisdizione» (sentenza n. 460 del 1994 e
ordinanza n. 481 del 2002);

che è principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che
la garanzia del giudice naturale corrisponde a quella di giudice
precostituito per legge e che tale principio «è rispettato quando la
regola di competenza sia prefissata rispetto all’insorgere della
controversia (come è evidente nella specie) e non è invece utilizzabile
per sindacare la scelta del legislatore che si esprime nella fissazione
di quella regola» (ordinanza n. 193 del 2003).

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87,
e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte
costituzionale.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità
costituzionale del combinato disposto degli artt. 4, lettera a), del
decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla
competenza penale del giudice di pace), e 74 del codice di procedura
penale, in relazione all’art. 7 codice di procedura civile, sollevata,
in riferimento agli artt. 3 e 25 della Costituzione, dal Giudice di pace
di Firenze con l’ordinanza in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo
della Consulta, il 5 maggio 2008.

F.to:

Franco BILE, Presidente

Paolo Maria NAPOLITANO, Redattore

Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 14 maggio 2008.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: DI PAOLA

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